Morte del socio accomandatario: effetti nella s.a.s.

E’ lo stesso codice civile a prevedere in modo espresso la regola generale da applicare in caso di morte del socio accomandatario di una società di persone.  L’art. 2284 c.c. (cui rinvia l’art. 2315 c.c. in punto di s.a.s.) stabilisce al riguardo che “salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota agli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano”.

Gli scenari configurabili – salvo diversa clausola contrattuale – sono dunque tre:

  1. liquidazione della quota agli eredi da parte dei soci superstiti (il diritto si prescrive in 10 anni);
  2. scioglimento della società;
  3. continuazione della stessa con gli eredi, sul presupposto del consenso di tutti i soci (e degli eredi medesimi).

Il dato costante è l’esclusione di qualsiasi ipotesi di continuazione autamatica della società con gli eredi, e ciò trova chiara giustificazione nel diverso ruolo affidato agli accomandatari rispetto agli accomandanti, posto che ai primi spetta l’amministrazione dell’attività sociale e del relativo patrimonio, con tutto ciò che ne consegue anche in ordine alla diversa misura della responsabilità (illimitata e solidale) per le obbligazioni contratte in nome e per conto della società.

Tale principio di carattere generale può invero essere superato in sede di contratto sociale per il tramite della previsione di una “clausola di continuazione”, vale a dire di una disposizione negoziale che preveda la successione degli eredi nella posizione dei soci accomandatari defunti.  Proprio in considerazione di quanto sopra, tuttavia, la giurisprudenza ha ripetutamente ritenuto invalide simili clausole in tutti i casi in cui queste facciano generico riferimento agli “eredi” od anche ai “figli” del socio, mentre le ha ritenute valide ed efficaci – pur con numerosi distinguo – nelle ipotesi in cui i successori del de cuius siano individuati in modo puntuale ed espresso.

Si distinguono clausole di continuazione:

  1. facoltative: quando agli eredi è consentita – appunto – la facoltà di scegliere o meno se entrare nella compagine sociale, e ciò anche a prescindere dall’avvenuta accettazione dell’eredità. In questo caso, perché gli eredi assumano la qualità di soci non è sufficiente che abbiano accettato l’eredità, ma è necessaria una positiva manifestazione di volontà in tal senso;
  2. obbligatorie: quando agli eredi è invece imposto l’obbligo di continuare la società. La giurisprudenza ha affermato la validità di tali clausoli, così come delle clausole di continuazione automatiche. La dottrina invece è divisa e le ritiene per lo più nulle, perché violano il divieto dei patti successori, in quanto il de cuius, nello stipulare il contratto sociale, verrebbe in tal modo a vincolare la decisione dell’erede, in contrasto con l’art. 458 c.c.;
  3. automatiche: tali clausole differiscono da quelle obbligatorie perché l’accettazione dell’eredità comporta in tal caso l’assunzione automatica della qualità di socio, senza alcuna necessità di un’esplicita adesione al contratto sociale.  La giurisprudenza ha ritenuto la piena validità della clausola di continuazione automatica (oltre che, come anticipato, di quella obbligatoria) poiché l’erede può sempre rifiutare l’ingresso nella società con la rinuncia all’eredità: del resto, le quote sociali altro non sono, in questi casi, che una parte dell’asse ereditario del socio defunto.

Quanto detto necessita almeno di due precisazioni:

  1. la diversità di posizione giustifica il fatto che, in caso di morte del socio accomandante, ben si possa determinare il subentro jure successionis degli eredi nella posizione del socio defunto senza la necessità del consenso dei soci superstiti, e ciò ai sensi dell’art. 2322, c. 1, c.c., in base al quale “la quota di partecipazione del socio accomandante è trasmissibile per causa di morte“;
  2. deve infine precisarsi che di per sé un subentro automatico degli eredi in luogo del socio accomandatario non si verifica neppure nel caso in cui la compagine sociale presenti un unico socio accomandatario: in tale scenario, infatti, l’unico socio accomandatario rimasto avrà sei mesi di tempo per procedere alla ricostituzione della pluralità dei soci, dopodiché la società si estinguerà.

 

 

diritto commerciale Firenze

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